A distanza di parecchi anni, torno a parlare di A. Macchi, mossa dal desiderio di svelare il ricco mondo interiore di questo artista e il suo modo unico di percepire la realtà e l’arte.
La frequentazione e l’amicizia con l’Artista mi hanno permesso una prospettiva privilegiata per conoscere più a fondo la personalità e l’attività di questo scultore che, in controcorrente agli “arti-star” contemporanei, ha percorso un iter tanto solitario quanto coerente.
Come già evidenziato nel 2003, la scultura e l’insegnamento di A. Macchi si basano su una profonda assimilazione della tradizione artistica italiana, una conoscenza della storia dell’arte che si invera nel suo “fare arte” e nel suo “parlare d’arte”. Fare arte e nello speci-fico fare scultura, significa per il nostro artista a vere come punto di riferimento costante la storia della scultura italiana; parlare di arte significa possederne i parametri fondamentali di lettura e di confronto.
Penso con piacere alle nostre frequenti visite ai musei e alle mostre di Torino, ai nostri dialoghi di fronte ad un’opera e alla mia ripetuta meraviglia nel constatare quanto profondamente interiorizzata sia nell’Artista la conoscenza dell’arte: le sue non sono mai le aride parole di uno storico dell’arte di professione, bensì una lettura critica ed estetica viva e sentita. Nei nostri “dialoghi al museo” l’Artista si rivelato un vero funambolo del pensiero critico, un esteta sofisticato dalla vocazione per la bellezza, un uomo, per dirla con un verso di Lorenzo il Magnifico, “dagli occhi…vaghi delle cose belle”.
“Spesso il male di vivere ho incontrato…” (E. Montale)
sono trascorsi circa nove anni da quando, parlando del nostro artista, ho accennato ad una scultura in marmo di Carrara, all’epoca in fieri e completata solo alla fine del 2011; sono stati questi anni di intensa elaborazione in cui il dialogo di Macchi con la tradizione artistica si è fatto fitto e serrato. In effetti questa figura raggomitolata di nudo maschile, re-sa nel marmo di Carrara in parte ad altorilievo, in parte a tuttotondo, rappresenta l’esito più alto della ricerca dell’Artista sul terreno dello stile e della tecnica, sorta di compendio della prassi scultorea, ove si compiono la scommessa e il confronto con la tradizione.
Viene spontaneo chiedersi quale sia il significato di tale immagine, a prima vista criptica ed ambigua.
Il nudo è stato oggetto di studio sin dall’antichità e da sempre soggetto di numerosi disegni da parte del nostro artista. Nello specifico, questa figura maschile nuda ci colpisce per la posizione quasi fetali che sembra rinchiuderla in una forma circolare con al centro l’intreccio nodoso delle mani, per le gambe giovani e muscolose contrapposte all’addome molle e rilassato, per il volto ancora giovane ma privo di capelli, intensamente espressivo ma nel contempo estraneo ed assorto: a buon ragione si potrebbe definire questa figura con l’ossimoro “il giovane vecchio”.
Cosa sta a significare la nudità di questa figura, accentuata dall’estrema finitura delle su-perfici, la sua tensione, la sua spigolosità, la sua ambiguità, se non la profonda solitudine dell’uomo, la sua malinconia, la sua sofferenza, la consapevolezza del suo destino?
Mi viene in mente la bella immagine di Montale in “Spesso il male di vivere ho incontrato” dove il malessere dell’universo è rappresentato “dall’incartucciarsi della foglia riarsa”: an-che nel nostro caso questo nudo nervoso è raggomitolato sembra esprimere un desiderio di silenzio, di introspezione, di ricerca personale di socratica memoria, la volontà di recu-pero dei valori dello spirito e dell’humanitas più profonda dell’uomo. Entrambe le figure, dunque, possono considerarsi immagini/simbolo, apparentemente aride ed indifferenti ma pregne di una forte carica emotiva. Ancora potremmo interpretare questa scultura come lo spirito dell’uomo messo a nudo in tutta la sua fragilità e grandezza, come l’espressione della sua energia vitale e della sua tensione verso l’assoluto.
Da sempre l’artista possiede la capacità di trasfigurare i sentimenti umani e di sublimarli attraverso forme assolute ove espressione forma e materia si fondono nell’opera d’arte.
Ed è proprio sul terreno dello stile e della tecnica che la lezione del passato riemerge con forza nell’opera di Macchi e la forma plastica e la materia diventano strumento di espres-sione dello spirito e dell’interiorità più profonda dell’uomo.
La composizione serrata di questa figura, ma nel contempo il suo articolarsi con richiami e contrapposti ritmici, la tensione delle membra e delle superfici, il valore delle luci e delle ombre, l’asprezza e la spigolosità così come una certa disarmonia delle parti, la forma asciutta, essenziale e severa, rimandano a tutta una tradizione artistica, ben nota a Mac-chi, che spazia dall’Antichità al Duecento, dal Rinascimento italiano al Novecento (pen-siamo ad es. a Giovanni Pisano, a Jacopo della Quercia, a Donatello, a Lorenzo Maitani, a Michelangelo, a Durer, a Pontormo, a Schiele, ecc.).
Sul piano della resa tecnica Macchi si confronta con la tradizione, mettendo alla prova i suoi mezzi espressivi e tecnici. Così l’iter dell’opera è lungo ed elaborato: dall’esecuzione del modello al riporto sul marmo dei punti con il compasso, all’uso successivo di strumenti “antichi” quali la subbia, l’unghietta, la gradina, lo scalpello, la raspa, le pietre abrasive, la pomice per la levigatura. Il risultato è una scultura dalle superfici semilucide e vibranti, dove la luce crea contrapposizioni di mezzetinte e di ombre, isolata nello spazio definito dal piano di fondo, reso volutamente scabro dall’uso di un attrezzo dentato.
Alla fine la scommessa dell’Artista con la tradizione è compiuta. Nel percorrere questo iter a ritroso nella storia Macchi trova se stesso e nel contempo chiude una fase del suo per-corso di artista.
Alla fine di questa disanima posso affermare a regione che in quest’opera l’Artista giunge ad una perfetta concordanza tra soggetto e scelte formali.
Ho ipotizzato vari significati per quest’opera e, di conseguenza, potrei attribuirle vari titoli, quali “il giovane vecchio”, “ritorno alle origini”, “l’umanità a nudo”, è certo che la sua valenza espressiva è stata resa possibile grazie al rigore intellettuale dell’Artista e alla sua ricerca formale, compositiva e tecnica non istintiva ma metodica e riflessiva condotta sulle tracce della tradizione artistica. Quest’opera di Macchi è in fondo l’ulteriore conferma che l’arte è fondamentalmente espressione dell’io più profondo dell’uomo e del suo desiderio di anelare all’assoluto.
Torino, 26 novembre 2012
Carla Ferraro